Il Darfur è la provincia più occidentale del Sudan, confinante con Libia e Chad. E' molto estesa (quasi 400.000 Km², l’estensione della Francia) e popolata da circa otto milioni di abitanti.
Un po' di storia La storia documentata del Darfur risale al XIV secolo. La regione si mantiene indipendente sotto vari sultanati fino al 1875. Con il dominio anglo-egiziano a Khartoum, il Darfur perde progressivamente l'indipendenza fino all’annessione nel 1916.
Con l’indipendenza del Sudan, il Darfur diviene uno stato federale della Repubblica del Sudan, fino al 1989, quando viene suddiviso in tre: Darfur Settentrionale, con capitale El Fashir; Darfur Meridionale, con capitale Nyala; Darfur Occidentale, con capitale Al-Jeneina (Geneina). Dall’indipendenza in poi il Darfur è stato la base politica del movimento religioso Mahdista e dell’ Umma Party.
È con Sadiq el-Mahdi che nascono i primi gruppi armati arabi in Darfur, organizzati in milizie paramilitari, dotate di moderni equipaggiamenti, da utilizzare contro i ribelli del Sud. Tra questi gruppi diventeranno tristemente famosi i murahaliin a causa delle loro sanguinose scorribande nel Sud Sudan.
Le cause del conflitto Il conflitto del Darfur ha la sua origine in una serie di fattori interconnessi tra loro. Una combinazione di questioni di natura politica ed economica (la disuguaglianza strutturale tra le regioni della valle del Nilo e le aree “periferiche”) ma anche ambientale e demografica. Alcune analisi sono arrivate ad individuare nei cambiamenti climatici di questi decenni una delle concause dell’esacerbazione della conflittualità nella ragione. Dalla metà degli anni ‘70 fino ai primi anni ’80 la regione subì le conseguenze di una graduale riduzione delle precipitazioni annue combinata con un forte incremento demografico. La conseguente crescita dello sfruttamento dei terreni coltivabili lungo il confine meridionale del Sahara innescò un circolo vizioso che ha alimentato il tasso di desertificazione, a sua volta costringendo ad aumentare l’utilizzo della terra arabile rimasta. La siccità degli anni 70-80 causò massicci fenomeni migratori dal Nord Darfur e dal Chad verso la fascia centrale del paese. Un punto critico viene raggiunto tra il 1983 e il 1984 quando le conseguenze della scarsità delle piogge ebbero un drammatico impatto in tutta la regione del Corno d’Africa. Circa 60-80.000 darfuriani persero la vita a causa della carestia che fu fortemente destabilizzante per la società darfuriana. I contadini (tradizionalmente africani) avevano ormai occupato tutta la terra coltivabile disponibile per coltivazioni da foraggio o da cibo, chiudendo anche le tradizionali vie utilizzate dagli allevatori nomadi (tradizionalmente di origine araba). Questi ultimi cominciarono a entrare in conflitto coi contadini, attaccandoli per ottenere l’accesso ai pascoli. Questo scenario di lotta, nel precario contesto dell’insicurezza alimentare, cominciò ad alimentare una ideologia dicotomica che vedeva Arabi contro Africani, alimentando il divario tra chi si identificava con un’identità o con l’altra.
Verso la fine degli anni sessanta questa dicotomia, venne esacerbata dalla politica pan-arabista,del presidente libico Muammar al-Gaddafi, che progettava un’unione politica degli stati arabi lungo tutto il Sahel. Con le Legioni Islamiche finanziate e armate dalla Libia e la strumentalizzazione della regione da parte del presidente sudanese Gaafar Nimeiry in funzione anti Chad, il Darfur finì al centro di una rete di interferenze esterne che furono deleterie per la stabilità socio-politica della regione. Negli anni Novanta, sempre più spesso gruppi di uomini armati a cavallo si dedicarono ad attaccare i villaggi “africani” del Darfur; queste milizie presero il nome di Janjawid: sono gli inizi dell’attuale guerra del Darfur. Dopo il 1989, il governo del generale Al Bashir continuò ad armare i gruppi arabizzati nel Darfur, non solo allo scopo di impiegarli nella guerra contro il Sud, ma anche per distruggere le basi di potere del partito Umma. Da questo momento in poi si delinea la peculiare problematica di questa regione che perdura tutt’oggi: la violenza in Darfur come scontro armato, su un altro terreno, di un conflitto che in realtà si combatte a Khartoum tra le diverse correnti in lotta per il potere centrale. Nel 1998, secondo Human Rights Watch, scoppiarono le ostilità nel Darfur Occidentale tra le popolazioni contadine stanziali africane Masalit (la maggioranza nell’area) e le tribù nomadi di allevatori arabi; nonostante un tentativo di negoziazione, ripresero con maggiore violenza l’anno seguente, quando le milizie arabe appoggiate dal governo centrale attaccarono i villaggi Masalit.
La crisi del Darfur La provincia del Darfur è diventata l’ultimo capitolo nella guerra civile Sudanese nel 2003, dando luogo a quello che è uno dei più violenti scontri armati di tutto il continente. Il conflitto ha causato oltre 300 mila morti, (secondo una stima dell’aprile 2008, contenuta nell’ultimo rapporto del sottosegretario per gli Affari umanitari dell’Onu) su una popolazione della regione stimata in 8 milioni di abitanti. Lo scontro è essenzialmente tra gli insorgenti “africani” e il governo di Khartoum e i suoi agenti locali, le milizie “arabe” (Janjawid). Le ragioni profonde dietro la ribellione sono nelle rivendicazioni dei ribelli “africani” in merito alla marginalizzazione politica, al sottosviluppo economico e infrastrutturale del Darfur e all’accusa di favorire gli arabi a scapito dei non arabi di cui il governo del Nord sarebbe responsabile. A partire dal febbraio 2003 i due gruppi ribelli – il Justice and Equality Movement (JEM) e il Sudanese Liberation Army (SLA) – sono stati identificati come responsabili di alcuni attacchi alle forze governative, in cui queste furono sistematicamente sconfitte. Il successo dell’attività di guerriglia ha spinto il governo a intraprendere una dura repressione dell’insurrezione muovendosi su tre linee d’azione:
- Un uso intensivo delle forze aeree. Elicotteri da combattimento e aerei da trasporto sono stati adoperati per bombardamenti indiscriminati di civili nei villaggi - L’arruolamento e l’armamento di milizie arabe a cavallo e a cammello, i Janjaweed, composte da tribù nomadi di lingua araba principalmente di etnia Baggara, responsabili di sistematici attacchi nei confronti della popolazione civile di etnia Fur, Masalit e Zaghawa. I Janjaweed sono stati al centro della strategia governativa di contro-insorgenza. - La metodica distruzione dei mezzi di sostentamento della popolazione. La distruzione dei pozzi e delle riserve alimentari, l’uccisione di bestiame. Questo ha causato il dislocamento di massa di civili fuggiti verso campi profughi in Darfur e in Chad.
La politica governativa è stata volta al tentativo di tagliare la base di supporto logistico e politico di cui gode la guerriglia tra la popolazione civile, mirando a colpire i villaggi e le popolazioni civili nelle aree della ribellione. Il governo ha costantemente negato di essersi appoggiato alle milizie Janjaweed, accusate dalla comunità internazionale di commettere gravi violazioni dei diritti umani, quali uccisioni indiscriminate, stupri e saccheggi nei confronti della popolazione non-araba del Darfur. Nel giugno 2003 il governo di Khartoum ha riconosciuto per la prima volta che quella in Darfur era una ribellione contro il governo. Un primo tentativo di negoziazione tra governo, SLA e JEM ha avuto luogo nell’aprile 2004 a N'Djamena in Chad, con un cessate il fuoco di 45 giorni per consentire l’aiuto umanitario alla popolazione civile. L’accordo verrà presto disatteso e gli attacchi dei Janjaweed contro i civili riprenderanno poco dopo.
Nel maggio 2006 viene firmato il Darfur Peace Agreement. Il limite maggiore del DPA e le sue difficoltà di implementazione sono dovuti al fatto che solo una parte degli attori coinvolti nel conflitto hanno ratificato l’accordo. Nei mesi di luglio ed agosto 2006 i combattimenti riprendono, "minacciando di bloccare la più grande operazione di soccorso nel mondo".Infatti le organizzazioni umanitarie prendono in considerazione la possibilità di lasciare il paese a causa di ripetuti attacchi contro il proprio personale. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan chiede l'invio nella regione di una forza di pace internazionale di 17.000 uomini per sostituire quella, inefficace, dell'Unione Africana di 7.000 uomini. Nell’agosto 2006 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione che prevede l’invio di una forza di pace di 17.300 uomini, a cui il Sudan ha sempre espresso un fermo rifiuto. Accetterà alla fine una forza ibrida di pace AU/UN di 26.000 uomini, composta da contingenti africani. Questa forza ibrida di pace non è ancora completamente dislocata sul terreno. Attualmente la situazione in Darfur si è fatta ancor più complessa, i gruppi armati si sono moltiplicati e il processo di pace, condotto da due mediatori AU/UN, è naufragato. Un nuovo mediatore unico, l'ex ministro degli esteri del Burkina Faso - Djibril Yipené Bassole - è stato nominato all’inizio di luglio. |